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La scuola dei Barnabiti a Casalmaggiore


Nel precedente articolo si è esaminato lo sviluppo della scuola pubblica della Comunità di Casalmaggiore dal XV secolo al momento in cui essa decise di chiamare ad insegnarvi non più i maestri laici di cui si era avvalsa fino ad allora, ma l'ordine dei Barnabiti da poco stabilitosi nella nostra città: scelta del tutto consona con il prevalere delle istanze religiose e la “confessionalizzazione” della società con cui si caratterizzò la Controriforma in Italia.
Vale ora la pena di seguire momento per momento come si sviluppò fra il 1639 e il 1643 la trattativa, non priva di tensioni e di imprevisti, attraverso cui i Padri Barnabiti ottennero la direzione perpetua delle nostre scuole pubbliche, anche perchè essa ci apre uno squarcio interessante sulla vita amministrativa della Comunità del tempo e sugli accesi dibattiti che la animavano, e ci mostra con quale attenzione venissero affrontati i problemi dell'istruzione.
Noi siamo perfettamente informati sulle varie fasi del lungo iter, grazie a un ampio atto di ben 44 pagine redatto dal notaio Flaminio Serini di Casalmaggiore datato 19 settembre 1643 (Archivio Storico Comunale, cart. 43, fasc.1/1), che conclude la vicenda, ma in cui sono inseriti, come in un gioco di scatole cinesi, tutti gli strumenti notarili precedenti e tutte le delibere del Consiglio che ne avevano segnato gli sviluppi. Addentrandosi quindi con un po' di pazienza nel labirinto di questo documento, si possono ben ricostruire i fatti, che mi piace riferire anche perchè del tutto inediti e ignorati pure dal Romani che fa iniziare la condotta barnabitica solo dieci anni dopo la data effettiva, nel 1649.
I contatti dei decurioni casalaschi con i Barnabiti di Santa Croce sfociarono l'8 aprile 1639 in un accordo, sottoscritto dal superiore del collegio, il cremonese Padre Omobono Pavarello e da tre deputati del Consiglio, che affidava le scuole ai Padri per i successivi tre anni e definiva in nove punti i patti e le condizioni che dovevano regolare il loro insegnamento.
Questo accordo tuttavia non venne ufficializzato da una delibera del Consiglio e neppure dalla stesura di un atto notarile, poiché la Comunità voleva che esso conservasse un carattere sperimentale e provvisorio e fosse quindi revocabile, nel caso che le capacità e l'impegno didattico dei religiosi si rivelassero inferiori alle attese.
In prossimità della scadenza dei tre anni, i Padri chiedono giustamente la ratifica definitiva della concessione e il Consiglio, in data 26 febbraio 1642, a ranghi piuttosto ridotti, perchè sono presenti solo 18 consiglieri, dà l'approvazione secondo la procedura del tempo: 14 palle vengono poste nell'urna del sì e 4 in quella del no. Si può quindi procedere alla scrittura dello strumento notarile, che viene redatto dal Serini, notaio di Casalmaggiore ed anche cancelliere della Comunità, il 5 maggio 1642 e confermato il 24 maggio 1642 dal Preposito Generale della Congregazione dei Barnabiti Padre Giovenale Falconi nel collegio di San Barnaba di Milano, con atto del notaio milanese Giovanbattista Rossi.
Sembra che tutto si sia concluso nel migliore dei modi, ma invece siamo alla vigilia della tempesta. I particolari dell'inatteso sviluppo dei fatti, che qui sintetizzo, si possono ritrovare nei documenti della cart. 43, fasc. 4/nn.6-7-8.
Il Consiglio aveva sottovalutato due importanti elementi della convenzione con i Barnabiti: l'Ordine in base alle proprie regole non poteva ricevere l'affidamento delle scuole se non a titolo perpetuo, per propria sicurezza, dato che l'apertura di un nuovo collegio comportava una programmazione e un'organizzazione di notevole impegno, e per evitare ripensamenti da parte del contraente; inoltre ai Padri era stata promessa, oltre allo stipendio di 200 ducati annui, la totale esenzione da qualunque tassa sui beni immobili posseduti. Alcuni mesi dopo, ad una più attenta lettura, queste clausole parvero a parecchi consiglieri inaccettabili e troppo vincolanti, per cui si formò un nutrito partito favorevole alla denuncia della convenzione e al richiamo del maestro Vezzani, che, contattato, si dichiarò disponibile. In più essi accusavano i religiosi di aver affidato l'insegnamento a maestri alle prime armi e di scarsa preparazione, per riservare i migliori alle scuole di città, e di trascurare la disciplina, “pocho o nulla curando l'avanzamento de' scolari nelle buone lettere e costumi”.
La protesta crebbe di tono e una nuova riunione del Consiglio nel luglio 1643 portò ad un risultato clamoroso: 20 consiglieri, contro due soli, votarono per il licenziamento dei Barnabiti e la riassunzione del Vezzani. I Padri naturalmente protestarono, denunciando l'incoerenza e la volubilità dei decurioni e minacciando azioni legali, per cui venne convocato un altro Consiglio il 29 agosto 1643, che tornò a confermare la condotta ai Barnabiti con 17 voti favorevoli e 10 contrari: l'alto numero, del tutto insolito, dei presenti e dei contrari indica come la decisione fu contrastata e sofferta e come l'opposizione ai religiosi fosse agguerrita. Per renderlo più accettabile, il contratto venne riformulato in senso un poco più favorevole alla Comunità, aggiungendo nuovi capitoli di obblighi, ma rimasero sia la perpetuità della condotta che l'esenzione completa dai carichi. L'11 settembre giunse anche l'approvazione della Casa Generalizia di San Barnaba e finalmente il 19 settembre 1643 il notaio Serini potè stendere il contratto definitivo.

Le due convenzioni del 1639 e del 1643 contengono, minuziosamente descritti e distinti in 15 punti, gli obblighi cui sono tenuti i Padri e che devono regolare i rapporti tra loro e la Comunità e quindi ci consentono di conoscere bene il concreto funzionamento delle scuole casalasche del '600. Una sintesi può essere utile anche per un confronto con la realtà d'oggi.
Come ho detto sopra, la primissima istruzione veniva svolta in famiglia, generalmente ricorrendo a un prete di quel pletorico clero “sottoccupato”, che, privo di cura d'anime, e quindi di un beneficio parrocchiale, viveva stentatamente con modesti incarichi di giuspatronato o con le precarie entrate per la celebrazione di messe e uffici, e quindi entrava volentieri come istitutore nelle case delle famiglie più agiate. Una volta in possesso degli strumenti di base del leggere, scrivere e far di conto, il fanciullo passava alla “scuoletta”, dove un maestro secolare, scelto e pagato dai Padri e sotto la loro direzione, consolidava l'istruzione primaria e insegnava i rudimenti della grammatica latina. Gli scolari venivano poi esaminati e, se trovati idonei, iniziavano il vero e proprio corso scolastico inferiore tenuto dai Padri, di carattere umanistico-letterario e diviso in tre classi: Grammatica, Umanità e Retorica, in cui si approfondiva via via lo studio dei classici latini e la composizione latina in prosa e in versi. Gli autori canonici proposti alla lettura erano graduati per difficoltà: Fedro, Nepote, Cicerone, Cesare, Virgilio, Orazio, Ovidio..., naturalmente tutti “ab omni obscenitate expurgati”.
Il successivo corso superiore di filosofia era articolato anch'esso in tre classi: Logica, Fisica e Metafisica, e apriva l'accesso all'Università, cioè agli studi di Teologia per i giovani avviati allo stato ecclesiastico, di Diritto o di Medicina per i laici. A più riprese le famiglie fecero pressioni per istituire in Casalmaggiore anche il corso superiore, ma i grossi problemi organizzativi e il numero esiguo degli alunni resero sempre effimero ogni tentativo.
Le scuole erano riservate ovviamente solo ai maschi, perchè le donne, inadatte per natura agli studi e non dovendo diventare né professionisti né preti, non avevano, secondo il pensiero del tempo, alcuna necessità di istruirsi. Per l'ingresso non era fissata un'età uguale per tutti, ma la famiglia in genere avviava i figli alla “scuoletta” preparatoria verso gli 8-9 anni; anche il passaggio da una classe alla superiore non avveniva alla fine di ogni anno, ma quando il maestro accertava nelle prove dell'esame conclusivo che la preparazione raggiunta consentiva la promozione, per cui si usciva dal corso di Retorica intorno ai 15-16 anni (e anche dopo).
L'ordinamento del collegio casalasco subì nel tempo alcune variazioni, ma nel suo assetto più consueto esso comprendeva un minimo di due e un massimo di quattro classi, dove si insegnavano Grammatica, Umanità e Retorica. I maestri barnabiti dovevano quindi essere almeno due, ma potevano aumentare in base al numero degli scolari. Questi dovevano essere distinti in classi e, almeno in quelle superiori, dovevano fare “le contrarietà e le parti” tra loro: divisi in due schiere (normalmente “Romani e Cartaginesi”) e gerarchicamente ordinati dal più bravo (il “decurione”) ai meno bravi in base ai risultati ottenuti, essi dovevano reciprocamente interrogarsi sulle lezioni per “cagionare l'emulatione, efficacissimo stimolo per avanzare nel profitto dell'imparare”, come si esprime con incisiva formula il nostro contratto.
La scuola durava almeno tre ore al mattino e tre al pomeriggio, con orari diversi secondo la stagione, e ogni giornata era scandita da una serie di attività didattiche fisse e ripetitive. Dopo il suono della campana, prima ancora che entrasse il maestro, tutti dovevano recitare la lezione del giorno appresa a memoria al loro decurione, che segnava il risultato accanto al nome di ciascuno e consegnava la lista al maestro al suo ingresso. Questi poi raccoglieva i compiti e verificava l'apprendimento interrogando a caso qualcuno e “penitenziando il colpevole” se lo trovava impreparato; quindi assegnava una composizione in prosa o in poesia e nel frattempo correggeva i compiti e spiegava a ciascuno gli errori commessi.
Grande importanza veniva dato a un ben congegnato sistema di premi e di castighi, con il quale si perseguiva il principale obiettivo pedagogico a cui la scuola mirava: quello di formare giovani con un forte senso della disciplina e dell'obbedienza e insieme della competizione e dell'onore, che poi erano le qualità tipiche delle classi aristocratiche. In proposito il punto 7 del citato documento recita testualmente: “Si stimolaranno li gioveni con premi, honori e lodi, se saranno studiosi e modesti, ma per lo contrario con castighi, rimproveri e riprensioni, se saranno negligenti et immodesti”.
A questo scopo i Barnabiti, sul modello dei Gesuiti, avevano creato un metodo di valutazione perfettamente funzionale, che rimane sottinteso nel documento di Casalmaggiore, ma è minutamente esposto nelle Regole delle Scuole di S. Alessandro di Milano, cioè del principale istituto scolastico dei Barnabiti, ancor oggi esistente.
Ogni mese veniva compilata una lista del profitto conseguito da ciascun alunno secondo una scala “in negativo”: ogni mancanza nello studio o nella disciplina veniva “notata”, cioè penalizzata, con uno o più punti in rapporto alla gravità. Ad esempio, parlare in volgare e non in latino dopo l'ingresso del maestro riceveva una “nota” di 1 punto, l'assenza ingiustificata veniva notata con 10 punti, chi non sapeva recitare a memoria la lezione o commetteva errori nel ripeterla aveva una “nota” di 5 punti più due “palmate” (un colpo di bacchetta o con la verga sul palmo delle mani: era questa, insieme allo stare in ginocchio sul pavimento per un certo tempo, la forma di castigo più consueta). Alla fine del mese si tiravano le somme e chi aveva ricevuto meno punti e quindi conseguito il profitto migliore, era proclamato “decurione” della classe per quel mese, gli altri erano posti in un ordine decrescente di onori e di privilegi: i migliori, ad esempio, avevano diritto a posti distinti, mentre il peggiore, oltre a ricevere un certo numero di “palmate” e il titolo di “negligentissimus”, doveva sedere nel “banco dell'asino”.
La Comunità esercitava un controllo sulle scuole eleggendo due deputati agli studi, che dovevano curarne il buon andamento e il rispetto della convenzione, e aiutare i Padri nella correzione dei “renitenti alla disciplina dei Maestri”: e il loro intervento era richiesto frequentemente, perchè l'orgoglio di casta degli scolari, spalleggiati assai più di oggi dalle famiglie, li rendeva spesso arroganti e ribelli alle punizioni, senza dire che l'abitudine di portare armi, vietatissime all'interno del collegio, ma diffuse nel '600 anche fra i giovani, non era certo tranquillizzante.
Per ammansirli e disciplinarli, grande rilievo nella scuola, oltre che all'istruzione, era data alla moralità dei costumi e alla pratica religiosa: recita dell'orazione all'inizio e alla fine della lezioni, messa quotidiana, ufficio della Beata Vergine seguito da opportuna esortazione, funzione ogni venerdì in suffragio delle anime del Purgatorio, confessione almeno mensile con consegna al confessore del “bollettino”, cioè della scheda con il proprio nome, per un sicuro controllo, comunione nelle solennità prescritte.
Altrove l'apertura delle scuole avveniva il 1° novembre, ma a Casalmaggiore era rinviata al 7, dopo la fiera di San Carlo, con una solenne cerimonia alla presenza del podestà, dei decurioni del Consiglio e dei più illustri cittadini, dotta prolusione in latino del Padre maestro, recita di composizioni da parte degli scolari, messa cantata...
Le vacanze venivano il più possibile limitate: tutti i giovedì pomeriggio, nel periodo natalizio la vigilia e le feste comandate, per carnevale dal giovedì grasso alle Ceneri, per Pasqua dal mercoledì al lunedì dell'Angelo; le vacanze annuali duravano un mese, dal 5 settembre al 5 ottobre; seguivano gli esami e poi si ripeteva il ciclo. Si deve però tener presente che nel '600 erano assai numerose le ricorrenze religiose e le feste dei santi considerate di precetto, durante le quali era vietata qualunque attività lavorativa. Solo nel '700 alcuni Stati, vincendo la forte opposizione della Chiesa e affrontando con essa aspre controversie, riuscirono a ridurre il numero di queste feste di precetto, che recavano grave danno all'economia e ai lavoratori, privati del loro salario quotidiano: una riforma solo apparentemente minore, che servì anche a temperare gli aspetti più superstiziosi del culto ed ebbe il sostegno, con uno dei suoi testi più illuminati (Della regolata divozione dei cristiani), del grandissimo L. A. Muratori.

Non mancarono nel corso del '600 ed anche successivamente momenti di crisi tra la Comunità e il collegio, ma sempre per motivi economici, mai per la qualità dell'insegnamento. I Barnabiti possedevano un'ottima esperienza didattica e una prudentissima, ma intelligente apertura al nuovo in campo letterario e anche scientifico e, seguendo il sistema ben collaudato di principi e di regole che ho cercato di delineare, proseguirono la loro azione educativa con buoni risultati e reciproca soddisfazione nel segno della continuità fino al Settecento avanzato,
La prima grande frattura avvenne quando “l'incomparabile Maria Teresa imperadrice di sempre preziosa memoria”, per dirla col nostro Romani, proseguendo nel suo disegno di affermare lo Stato come supremo ordinatore e garante del bene pubblico, avviò una serie di riforme per adeguare anche la scuola alle esigenze di una società moderna. Ho già ricordato che in Italia l'istruzione elementare era sempre stata generalmente demandata alle famiglie: tutto cambiò, quando nel 1775 Casalmaggiore, da poco divenuta città, venne scelta, insieme a Lodi e Cremona, per sperimentare per la prima volta in Lombardia l'istituzione, da parte dello Stato, di una scuola elementare di leggere, scrivere e far di conto, tendenzialmente obbligatoria e gratuita. Giuseppe II consolidò la riforma con la creazione nel 1786 delle “Scuole Normali”, “destinate all'uniforme e regolare istruzione dei fanciulli nelle facoltà elementari, generalmente le più utili e necessarie alla coltura della civile società”, per riprendere ancora le parole del Romani, che dal governo ne fu nominato direttore nel 1788.
Il ginnasio dei Barnabiti sembrò non essere toccato da tali trasformazioni, ma in realtà la vecchia scuola di latinità appariva un fossile del passato non più riformabile. Si cercò di rinnovarla, introducendo nel 1800 l'insegnamento della matematica, affidato al Romani, che ne divenne contemporaneamente reggente, con grande rabbia dei Barnabiti, che si sentirono esautorati in casa propria da un estraneo.
Ormai la storia secolare del collegio volgeva al suo termine: Napoleone portò la sua rivoluzione anche nel campo scolastico e, lasciando ai Comuni la sola competenza sulle elementari, trasferì allo Stato le scuole superiori; pochi anni dopo anche i Barnabiti rimasero colpiti dalla soppressione nel 1810 di tutti gli ordini religiosi e i Padri dovettero tristemente allontanarsi per sempre da Casalmaggiore. Ma, segno duraturo della loro benefica presenza, lasciarono la città erede di quel magnifico edificio, da loro costruito a metà del '700, che è rimasta fino a tempi recenti sede del Ginnasio pubblico ed è ancor oggi la sede della Biblioteca Civica.

Verbale delle delibera del Consiglio Comunale del 28 agosto 1643, che conferma ai Barnabiti la condotta delle scuole.

Archivio Storico Comunale di Casalmaggiore, b. 43, f. 1/1

Mobirise
Pubblicato su "Casalmaggiore", bimestrale a cura
dell'Associazione Pro Loco di Casalmaggiore
Novembre 2010

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